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Se noi per primi soffriamo di oicofobia, cioè di un’avversione per la nostra casa e per il nostro retaggio storico-culturale, quelli che si fanno esplodere in nome di un ideale, hanno già vinto.

fonte: cioccolanti.org

fonte: cioccolanti.org

Se volessimo prendere in prestito il titolo di una canzone, modificandolo appena, potremmo dire Friday bloody Friday, sì. Proprio di questo si è trattato venerdì scorso a Parigi, dove l’Isis avrebbe agito su preciso ordine del Califfo Al- Baghdadi, che aveva intimato di colpire i Paesi impegnati nei bombardamenti in Iraq e Siria. Secondo altre fonti, l’Isis avrebbe creato al proprio interno un’unità dedicata esclusivamente alla pianificazione e realizzazione di attentati in Europa occidentale e Stati Uniti. Ma il punto non è questo, o meglio, non soltanto questo. Perché alla luce dei fatti, si può facilmente intuire che, quel più volte sbandierato dialogo interculturale, (se ancora se ne può parlare) è una grande cazzata: nella realtà, oltre le parole non esiste. Esistono le stragi e le morti gratuite. Almeno su vasta scala.

Esiste un bilancio di vittime, questa volta ancora più alto rispetto a quello di Charlie Hebdo. La domanda è: “Cosa non sta funzionando?”. Molto probabilmente non funziona il modo con cui, noi occidentali, abbiamo guardato a questi fanatici della religione e, perciò, ci siamo trovati impreparati di fronte a tecniche terroristiche mediorientali, sofisticate per la simultaneità degli attacchi e l’uso dei kamikaze. Poi forse non abbiamo capito o non abbiamo voluto vedere il valore fortemente simbolico di questa guerriglia urbana, perché quelli che sparano al grido di Allah Akbar, hanno attaccato lo stadio durante una partita, alla presenza di uno sgomento Hollande, hanno fatto irruzione al Bataclan, dove si stava esibendo un gruppo americano davanti ad un pubblico cosmopolita, cioè volevano mostrare il loro potere davanti a tutto l’Occidente e ai suoi eventuali turisti.

Situazioni come queste mostrano, purtroppo, l’inadeguatezza del mondo occidentale verso la sfida lanciata dall’Isis e un dettaglio importante può confermarcelo. Già tempo fa, saranno stati i primi di ottobre, l’Intelligence di Parigi aveva dichiarato di temere un 11 settembre francese. Ma quel timore non è servito a prevedere né dove né come gli integralisti avrebbero posato la loro longa manus. L’attuale Califfato è nettamente più pericoloso rispetto all’Al Qaida di Bin Laden, che si limitava ad attacchi sporadici fuori dai confini dell’Afghanistan. L’Isis, invece, è un potente magnete per esaltati e disperati, che forse vogliono trovare un senso proprio nell’assurdità di certi gesti di morte. Ora più che mai, credo convenga riflettere sul peso di quella “cultura della resa”, che ci portiamo sulle spalle da tempo. Il che non è da intendersi in termini bellici, quanto piuttosto morali e culturali. Facciamo alcuni esempi per capire di che si tratta.

Qualche giorno fa, si espone a Firenze la “Crocifissione Bianca” di Chagall, un quadro di una bellezza disarmante, toccante. Ben presto, la scuola elementare Matteotti blocca la visita alla mostra per non offendere le famiglie islamiche. Ma intanto, il ministero dei Beni culturali offre il suo patrocinio per una mostra a Lucca, nella quale risalta per estrosità (e non solo per quello), il “Piss Christ”, Cristo di piscio, precisamente un crocifisso immerso nell’urina dell’autore. Cose del genere, sembrano proprio incoraggiare chi ci vuole morti, distruggendo i nostri simboli e le nostre tradizioni. Il fatto non è una semplice difesa religiosa, ma riguarda la difesa di un’identità, che si costruisce sui simboli. Se noi per primi li mandiamo a farsi benedire e ce ne freghiamo, sarò ancora più semplice per i nostri nemici vincere.

Se noi per primi soffriamo di oicofobia, cioè di un’avversione per la nostra casa e per il nostro retaggio storico-culturale, quelli che si fanno esplodere in nome di un ideale, hanno già vinto. Perché hanno dalla loro la forza della convinzione. Se ubbidiamo quando ci dicono di togliere dai muri i crocifissi perché offendiamo qualcuno, dove è andata a finire la nostra radice identitaria? E’ da qui che dobbiamo ripartire, dall’amore per il nostro dna culturale, con uno sguardo rivolto alla vita che, nonostante tutto, può e deve vincere.

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Fonte: urbanpost.it

Fonte: urbanpost.it

Proprio l’altro giorno parlando con mio padre, è venuto fuori che si è appassionato ad un videogioco, un certo Hitman, che a suo dire sarebbe fantastico e da provare perché diverso dagli altri. Io lì mi sono detta che forse sta attraversando una crisi di mezz’età, perché non mi spiego tutto questo entusiasmo. La chiacchierata mi ha fatto venire in mente una domanda, apparentemente molto semplice: perché ci piacciono così tanto i videogiochi? Il “perché ci divertono” non mi è bastata come risposta, così mi sono posta altre domande e cercando un po’ di spunti in giro, ho messo su un breve ragionamento che trovate qui sotto.

Partiamo da una definizione chiave, cioè quella di software culture e da lì via via andiamo verso una possibile soluzione al nostro interrogativo. Lo studioso Manovich nel suo libro omonimo, ci dice che «Tutti i sistemi sociali, economici e culturali di una società moderna si appoggiano al software. Il software è la colla invisibile che tiene insieme tutto questo.» Vi starete chiedendo cosa c’entra con i nostri videogiochi. Lo vediamo subito.

Noi viviamo immersi in questa software culture, dove le tecnologie hanno smaterializzato tutto, dai rapporti umani ai linguaggi e di questo abbiamo un buon esempio nei social network. Un mondo di questo tipo, smaterializzato, votato all’interattività e alla velocità, non può che trovare il suo terreno fertile proprio nell’esperienza del videogaming, dove tutte queste necessità vengono soddisfatte. Ma non solo queste necessità, anche altre. In un articolo che ho trovato molto interessante, Andrew J. Hiscock, ci racconta a quali dei nostri bisogni i videogiochi riescono a rispondere. Sintetizzando il suo punto di vista, abbiamo:

  • bisogno del controllo, sullo schermo infatti noi abbiamo qualcosa che possiamo controllare;
  • bisogno di un mondo chiaro e definito in cui essere immersi, ogni videogioco e questo lo sappiamo bene, ci propone un microcosmo ben preciso, che può essere più o meno fantastico, fantascientifico ecc a seconda dei casi,
  • problem solving, ogni videogioco pone di fronte a degli ostacoli e offre dei mezzi con cui superarli, sollecitando le nostre skills di problem solving,
  • bisogno di un rinforzo positivo, la ricompensa che otteniamo quando superiamo gli ostacoli del game, ricompensa che nei modi più vari cerchiamo nelle cose della vita

A questo aggiungerei anche il bisogno di evasione, di collocarsi in un mondo altro che non è la realtà del lavoro e degli impegni, ma il posto dove possiamo immaginarci calciatori di serie A, cestisti della NBA, sicari freelance e mille altre persone ancora. Se questi argomenti non fossero ancora abbastanza, vi lascio un link bonus, in cui Giuseppe Granieri ci racconta perché dovremmo giocare e permettere ai nostri figli di farlo.

«Non saranno certo il freddo di dicembre, il sonno o la fame, perché non abbiamo pasti normali, a spaventarci. Sentirete parlare di noi finché non otteniamo ciò che vogliamo».

Sono due mesi e mezzo  e ancora proseguono le proteste dei lavoratori   del  Policlinico Tor Vergata a rischio licenziamento. Dopo un presidio    esterno, da ieri notte quattro persone sono salite sul tetto dell’ospedale, per farsi sentire. Per amplificare la loro voce che finora è rimasta inascoltata, sia  dalla direttrice della struttura, la dottoressa Frittelli, sia dal presidente  della Regione Lazio Zingaretti.

Una delle quattro persone, è una donna di quarant’anni: G. la chiameremo così per motivi di privacy, (infatti i lavoratori sul tetto sono incappucciati, non vogliono che si conosca la loro identità per evitare ritorsioni legali) sta perdendo il posto di lavoro e ci ha raccontato le sue motivazioni e la sua tenacia.

Da quanto tempo è sul tetto del Policlinico e quali sono state le maggiori difficoltà?    

«Lavoro per questo ospedale da circa dieci anni e sono più di due mesi che partecipo attivamente al presidio esterno mantenuto h24, continuando allo stesso tempo, a garantire la mia presenza in reparto. Evidentemente quanto fatto finora da me e dai miei colleghi non è servito, ci voleva un’azione forte e da ieri notte siamo saliti sul tetto del Policlinico per prenderci ciò che ci spetta. Se è vero quanto dicono, che ci sono problemi di risorse, dovrebbero ottimizzarle con l’internalizzazione e noi da qui sopra chiediamo questo. I problemi maggiori che sto incontrando riguardano il cibo, infatti non abbiamo pasti caldi, mangiamo ciò che ci portano. Stamattina un prete del PTV ci ha portato cornetti per la colazione. E poi, ovviamente, il freddo».

Quali sono stati i primi effetti di questa presa di posizione?

 «Stamattina sono intervenuti i giornalisti credo di LA7 e un rappresentante del Movimento Cinque Stelle, che ha detto di voler parlare con la Frittelli. Ma questo è solo l’inizio, non ci fermiamo perché, grazie al nostro lavoro che è dedizione verso chi soffre, gli ammalati, abbiamo sviluppato un forte senso di sacrificio. Quello stesso sacrificio che, in questa fase controversa di primi tagli al personale, ci ha portato a lavorare anche 17 ore consecutive pur di coprire le necessità ospedaliere. Tagli orari che si sono tradotti in tagli sulle persone, sulle nostre vite e sulle nostre famiglie».

Cosa si aspetta da questo gesto e a chi desidera rivolgerlo in maniera particolare?

 «Senza dubbio a Zingaretti, perché si arrivi finalmente all’internalizzazione. La nostra è stata, sin dal mese di settembre, una guerra pacifica, nel senso che non abbiamo mai usato violenza contro nessuno, ci siamo limitati ad accamparci davanti all’ingresso, sfidando le intemperie e le difficoltà oggettive dello stare in un gazebo, solo per rivendicare un diritto: quello al lavoro e alla sua adeguata retribuzione».

Fino a quando resterà qui sopra?

«Io così come i miei colleghi, ci resterò ad oltranza. Il mio spirito e la mia tenacia sono condivisi anche dagli altri e non saranno certo il freddo di dicembre, il sonno o la fame, perché non abbiamo pasti normali, a spaventarci. Sentirete parlare di noi finché non otteniamo ciò che vogliamo».  

Queste le parole forti e l’aria che si respira a Tor Vergata, in una giornata di dicembre, col Natale alle porte che per circa settanta persone, molto probabilmente, non sarà un Natale da festeggiare.                   

Dopo cinque anni riappare sulla scena la cantantessa, Carmen Consoli, che regala ai suoi fan il singolo “Tornare è un’abitudine”, ad annunciare il nuovo album. La voce inconfondibile ed inimitabile, accompagnata dall’altrettanto inconfondibile riff di chitarra, è il pretesto per parlare di ritorni. Tutti, prima o poi, ritorniamo, oppure aspettiamo che qualcuno ritorni. Ma vediamo meglio cosa significa questa parola, che ha origini latine e vuol dire lavorare al tornio, attrezzo che funziona girando, dunque il ritorno è un giro che ci riporta laddove siamo partiti.

Se a questo proposito volessimo scomodare i mostri sacri della filosofia come Platone e Nietzsche ad esempio, potremmo ricollegarci alla teoria dell’eterno ritorno, secondo cui i fatti dell’universo si ripetono ciclicamente, perciò la conoscenza non è altro che ricordo e la storia si sviluppa in modo circolare, procedendo per riproposizioni. L’atto del ritornare implica un luogo d’approdo, che può essere fisico e reale, ma anche metafisico e virtuale, per cui si può tornare a casa, al calore degli affetti ma anche ad una tesi, ad un’idea, che prima si era abbandonata.

Di ritorni ce ne sono tanti, pure diversi tra loro. Un ritorno a cui oggi molti ambiscono, è quello dell’immagine: una buona pubblicità, aiuta ad essere più visibili e sappiamo bene quanto la visibilità sia un valore aggiunto, se non diventa l’ossessione a tutti costi, che travalica di gran lunga i famosi quindici minuti di popolarità, preconizzati dal caro Wharol (al di là di possibile falso storico). Sempre attualissimi, sono poi i tanto attesi ritorni economici, che seppur in maniera diversa, avranno fatto penare ognuno di noi, almeno una volta nella vita. Specie se di vita da freelance si tratta. (passatemi la sintassi sconnessa, ma suonava figa e disperata come l’attesa di cui sopra).

E poi come dimenticare il bastardo ritorno di fiamma, che preso in prestito dalla ben più innocua meccanica dei motori a scoppio, indica il riaccendersi (gulp!) di un amore appassito, con tutti i casini annessi e connessi, che sempre almeno una volta nella vita, ciascun bravo lettore passato da queste parti avrà sperimentato, con buona pace del proprio cardiologo. Il ritorno che qui si vuole proporre è quello al confronto e all’approfondimento, rivolto a coloro che non si accontentano. E non mi riferisco solo a quella marca di elettrodomestici che fa rima con, insomma ci siamo capiti. Ritornare, dunque, non è tanto conservare valori e idee di riferimento, quanto conservare innovando, con uno sguardo puntato costantemente al domani. Che non aspetta e reclama di essere costruito.

Dodici scatti della fotografa romana Luxardo per toccare e far riflettere l’opinione pubblica sulla prostituzione che oggi necessita di una nuova regolamentazione

133914865-307a5142-6f74-45a9-9a0f-e8c204ba236e   Belle de jour, belle de nuit. Questo il titolo del calendario 2015 presentato dal Codacons. Una serie di scatti, in bianco e nero, con tutte le suggestioni e il fascino dei corpi, di chi ha deciso di fare di quei corpi uno strumento di lavoro. Loro sono i lavoratori del sesso, e qui non ci si riferisce a nessuna reificazione della persona, no. In questo caso si tratta di uomini e donne consapevoli, che hanno scelto. La prostituzione. Al di là di ogni facile e sterile giudizio morale. La sensazione che si prova guardando questi scatti, realizzati dalla fotografa romana Tiziana Luxardo, è quella di scandagliare l’anima di questa nudità esposta, esibita, comunque non volgare, ma fiera e disinibita.

Dodici ritratti di prostitute, transessuali e gigolò selezionati dal Comitato per i Diritti delle Prostitute coordinato da Pia Covre, con il chiaro intento di scuotere l’opinione pubblica, su un tema che non può rimanere nell’attuale zona d’ombra. Quello che da sempre è stato liquidato con l’epiteto di “più antico mestiere del mondo”, ha di fatto un peso economico nella formazione del Pil nazionale. Se dunque, in un momento di crisi economica, il settore non sembra risentirne, ma al contrario conta nuove presenze e nuovi clienti, è necessario dargli un’adeguata regolamentazione. Lo Stato ha incluso i ricavi della prostituzione nel Pil e chiesto ai lavoratori di pagare le tasse, quando quegli stessi lavoratori non sono tutelati. Da qui, la necessità di una provocazione, attraverso l’immagine, che forte, ammalia e smuove le coscienze.

La cerimonia di presentazione del progetto avverrà oggi 4 dicembre al Teatro Centrale di Roma, con uno spiritoso dinner party che sarà animato dal burlesque di Albadoro Gala. La stessa Luxardo commenta in proposito “Le scommesse sono la mia leggenda personale. Belli di giorno e belli di notte, così ho voluto immortalare uno spaccato sociale dandogli un’anima e, soprattutto, creando ritratti di persone nel loro quotidiano”. Prima che lucciole, sono persone, uomini e donne che per un sacrosanto libero arbitrio conducono la propria vita. Il resto viene dopo e non spetta a noi.

Questa è la pagina facebook ufficiale dell’evento di presentazione

“Non è forse la vita un serie di immagini, che cambiano solo nel modo di ripetersi?”, diceva Andy Wharol le cui opere saranno in mostra a Palazzo Cipolla a Roma fino al 28 settembre.

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Si scrive Andy Wharol ma si legge genio. E questo lo si capisce ancor di più contemplando le opere, che attualmente sono in mostra a Palazzo Cipolla a Roma. Più di 150 capolavori provenienti dalla Brant Foundation, che prende il nome dall’intimo amico con cui Wharol strinse un sodalizio culturale ed artistico molto riuscito. Fondazione Roma, Comune di Milano e Palazzo Reale, Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico-Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Roma sono i promotori dell’iniziativa, che richiama all’attenzione dell’opinione pubblica non solo l’artista, ma anche e soprattutto l’uomo, con le sue fobie e convinzioni. L’arte per lui, doveva essere semplice, qualcosa alla portata di tutti, qualcosa che non mettesse in soggezione ma che fosse facilmente comprensibile da chi, di arte, non si nutriva affatto. Per questo, oggetti di uso comune mutuati dalla vita quotidiana, come scatole di cibi o di detersivi, finirono per acquisire lo status di opere d’arte.

Sempre in ossequio a quel bisogno di semplificazione, che non voleva svilire i significati, la sua ricerca artistica si concentrò sui divi americani, che la gente venerava come totem inarrivabili. Allora Wharol prese i volti di Marylin, di Liz e di Elvis e li colorò con sfumature accese, quasi fluorescenti, per renderli meno divini e forse, un po’ più umani. I risultati furono sorprendenti come le Blue Shot Marylin, che devono il loro nome ad un colpo di pistola restaurato e sparato contro le tele da un’amica del pittore.

Sebbene lo stesso Wharol si definiva un superficiale, in realtà non lo era affatto come dimostra la profonda riflessione sul senso della morte, che compare in misura notevole nei suoi lavori. Incidenti mortali, apocalittici, schizzati di un verde acceso, le serie di sedie elettriche, anch’esse colorate quasi fino a diventare inverosimili oppure i teschi, che sulla tela sono rosa shocking o verde acido, rappresentano solo un modo per entrare in contatto con la fine, rendendola sopportabile perché sublimata con qualcosa di inusuale.

Un’altra ossessione di Wharol era il corpo: lui si sentiva brutto, pallido e smilzo com’era, per questo ad un certo punto della sua carriera, decise di indossare un’eccentrica parrucca grigia dai ciuffi svettanti, che lo accompagnerà in molti dei numerosi autoritratti. Il più celebre è senz’altro quello con il suo viso di un rosso carico, i capelli che sembrano un fuoco d’artificio stagliato contro il nero dello sfondo.

Dietro tutta questa patina, decisamente pop e scintillante, è esistito anche un uomo fragile, che amava stupirsi di fronte alla natura e trasporre questo stupore su tela. Le tante serie di fiori, che a Wharol ricordavano quelli confezionati dalla madre vedova per sbarcare il lunario e per aiutarlo agli esordi, ne sono la dimostrazione più lampante.

Idoli da salotto

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Le icone del nostro tempo sono sempre meno siderali e sempre più a portata di mano, ripescate dal quotidiano e dal nostro immaginario desiderante, spiega Maffesoli  nel suo recente “Icone di oggi”

«L’era di Prometeo è finita, siamo nel tempo di Dioniso». Questa l’affermazione del noto sociologo francese Maffesoli, che nel libro “Icone di oggi”, parla di idoli e di post modernità. Ma cosa significa esattamente? Questo si traduce nel fatto che abbiamo lasciato alle spalle valori come ragione, progresso, lavoro e ci siamo dati all’innovazione, all’immaginazione ed al presente, per citarne soltanto alcuni. Ci stiamo avviando ad una ri-tribalizzazzione, infatti siamo passati dalla fascinazione delle ideologie forti ai nuovi totem contemporanei che funzionano ancora una volta da aggregatori sociali. L’unica differenza sta nel fatto che gli idoli dal passato erano percepiti come lontani, quelli di oggi sono invece lontani e vicini allo stesso tempo.

Queste figure idolatriche non fanno più la Storia, bensì costruiscono piccole storie, quelle quotidiane che ci spiegano il perché di forme aggregative diversificate. Questi nuovi totem portano il nome di Google, hanno i ritmi sincopati dei rave party, la pelle setosa di un esasperato gusto edonistico e la morbosità voyeuristica dei reality show. Le ragioni di questo fenomeno sono facilmente intuibili. Se da una parte, come società evoluta abbiamo cercato di canalizzare la violenza, l’irrazionalità e di evitarne pericolose derive, dall’altra la potenza del mito si è fatta sentire come esigenza per gli individui della società massificata di evadere ruoli e regole sociali. Un po’ come accadeva per gli individui che, schiacciati dai ritmi di lavoro dell’Ottocento industrializzato, cercavano forme evasive nei beni voluttuari e poi nel cinema.

Se dunque come abbiamo detto finora, riemergono i tribalismi, essi si configurano sottoforma di una nuova “barbarie”, che non parla la lingua della tradizione e porta nuovi stimoli: si tratta delle giovani generazioni, senza i cui “barbarismi” la società andrebbe incontro ad un’inarrestabile sclerotizzazione distruttiva. Quegli stessi giovani che, come afferma  Maffesoli sono depositari del “presentismo” , di questa vocazione a vivere tutto nella logica del qui ed ora.

Le divinità di oggi sono, come le definisce lo storico Peter Brown “le piccole divinità parlanti”, provenienti dal mondo dello sport, del cinema, della politica. In definitiva, se il Novecento aveva smantellato queste narrazioni mitologiche per portane alla luce la frivolezza, i tempi che stiamo vivendo mostrano come questi “oggetti” apparentemente frivoli segnino in realtà il cammino e il volto di un’epoca. L’errore da non commettere è quindi cercare queste divinità con gli occhi verso l’alto, invece di rivolgerli verso il basso, verso l’immaginazione pulsante e sensuale, che le ha desiderate e create.

Uomini che (non) odiano le donne

Bisogna ripartire dal dialogo e dalla relazione d’amore per scardinare dalle fondamenta il fenomeno del femminicidio

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Unico stigma, se così possiamo dire, è quello di avere un corpo. Femminile. Stiamo parlando della violenza sulle donne, che lungi dall’essere un argomento sbandierato per mero appeal mediatico, è un dato reale. Ogni anno sono uccise 100 donne dal marito, dal fidanzato o dall’ex. Sembra paradossale parlarne in questi termini, eppure ancora oggi risentiamo come società di una violenza di genere. A mio avviso il punto da cui partire non è quello di sclerotizzare una differenza di genere, che finirebbe per esasperare il fenomeno, quanto quello della cooperazione. La questione infatti, non riguarda né solo le donne vittime né solo gli uomini carnefici, ma ci riguarda tutti come gruppo umano coeso.

Fortunatamente non mancano in tal senso gli esempi di intelligenza e di lungimiranza come quello di “Ferite a morte”, progetto teatrale di Serena Dandini, che nel gennaio di quest’anno ha dato vita ad un libro omonimo. Il lavoro teatrale è un’antologia di monologhi sulla falsariga dell’antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e si avvale della preziosa collaborazione di Maura Misiti, ricercatrice del CNR. A questo evento, spostatosi in diverse città italiane quali Bologna, Genova, Milano, Roma, dopo l’esordio a Palermo il 24 novembre scorso, vigilia della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, hanno preso parte donne illustri per sensibilizzare e far riflettere l’opinione pubblica. Come emerge chiaramente dalla portata della questione, non bastano le soluzioni palliative, ma bisogna risalire a monte. Guardare e prevenire le cause non agire alla meglio sull’irrimediabilità delle conseguenze. C’è ben poco da fare se una donna è stata sfigurata con dell’acido dal suo compagno.

Questo per affermare l’importanza di un cambiamento che sia prima di tutto culturale e di prospettive. Bisogna agire sugli stereotipi culturali figli di un retaggio oltre che anacronistico anche cieco e incapace di guardare oltre il proprio naso. Non si dica poi che le donne la violenza se la cercano, perché girano con una gonna un po’ più corta o con uno scollo più profondo. E no, perché quello significa ancora una volta, assecondare delle logiche sessiste che quasi giustificano l’intollerabilità di certi comportamenti efferati. Gli uomini e le donne sono prima di tutto persone. In quanto tali non possono soggiacere ad una mera istintualità senza controllo.

Riflettiamo insieme sul background del femminicidio. Molto spesso dietro a questi episodi di disumanità maschile, c’è l’offesa per il sentirsi defraudati “dell’oggetto femminile”. Ed anche l’incapacità di gestire una rottura nel tessuto relazionale di coppia. E’da lì dunque che bisogna ripartire. Dalla relazione d’amore. Se da una parte il sogno d’amore, parafrasando Lea Melandri, è il portato più arcaico e significativo per il genere umano, dall’altra è la zona grigia dove si consumano le peggiori nefandezze di uomini che vogliono tenere presso di sé il primo “oggetto” di piacere ed accudimento. Bisogna dunque modificare la struttura della società, dove anche fino a qualche tempo fa nominare le quote rosa nei cda era come parlare degli asini che volano, visto che fino anche a 10 anni fa l’incremento delle stesse era dello 0,5%. Chiaro specchio della temperie culturale da cui siamo bagnati. Scardinare allora le fondamenta marce e consegnare ai nostri figli un mondo dove essere donna sia soltanto esempio di un’alterità del paradigma umano e non uno stigma da violentare.

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Siamo tutti un po’ narcisi chi più chi meno. Chi in modo più ostentato chi più velato. Fatto sta che le odierne tecnologie vanno a solleticare questo vissuto umano di ripiegamento su se stessi. Facciamo un passo indietro, precisamente fino al mito di Narciso. Ne esistono diverse versioni, comunque ciò che conta è il senso inscritto nella narrazione e cioè che il giovane Narciso, arriva a disdegnare ogni pretendente e si innamora della sua immagine riflessa nell’acqua, per poi morire vittima del suo stesso amore. Adesso le cose sono molto cambiate. I moderni narcisi sono tecnologici, invece di specchiarsi nelle acque, si specchiano negli schermi dei loro smartphone.

A questo punto, è doveroso definire questo stato patologico dell’individuo come quell’incapacità di andare incontro all’altro, di riconoscerlo, presi unicamente da fantasie di potere e di grandezza verso se stessi. Secondo Freud, esiste un narcisismo primario, tipico del primo stadio dell’esistenza ed antecedente alla formazione dell’Io, ed uno secondario in cui la libido viene investita sull’Io e non all’esterno. Ma tolte queste riflessioni psicoanalitiche, occorre ritornare al punto di partenza e cioè a quello dei narcisisti digitali.

Un esempio su tutti quello dei selfies, cioè degli autoscatti che già da tempo impazzano nella Rete, su questo o su quel social network, forti dell’era degli Instagramers irriducibili. A differenza di quello che si può pensare, non sono soltanto le celebrity a giocarsi i loro bravi selfies, ma il fenomeno sta contagiando anche le persone comuni. Che cosa non si farebbe per un istante di celebrità. Andy Wharol lo aveva preconizzato, dicendo che nel futuro ognuno di noi avrebbe avuto i suoi 15 minuti di notorietà. Ma evidentemente aveva torto. Secondo un articolo comparso sulla Stampa qualche mese fa, la vera fama quella con la effe maiuscola non durerebbe così poco ma decenni, alimentata dal circolo vizioso dei media che ripropongono articoli, immagini e altro materiale su star ormai note da lungo tempo.

Dopo lo scatto la condivisione sui social sta a portata di click. Per comprendere la portata del fenomeno, provate a cercare su Instagram l’hashtag #me. Questa mania non ha colpito soltanto i Justin Bieber di turno, ma si è insinuata anche nella classe politica, non sono mancate infatti condivisioni di Hilary Clinton con la figlia Chelsea. Uno degli scatti destinato a scrivere la storia dei selfies, è senza dubbio quello dell’astronauta giapponese Aki Hoshide presso la International Space Station.

Un mutamento culturale e sociale prima che tecnologico, chiaro specchio dei tempi come spiega Michael Pritchard, direttore generale della Royal Photografic Society. Pritchard afferma che l’incremento delle fotocamere digitali è coinciso col fatto che molte più persone rispetto a prima vivono da sole, perché sono divorziate o per altre ragioni. Così come molte più persone rispetto a prima vanno in vacanza da sole e si scattano foto per testimoniare dove sono in quel momento. Non bisogna dimenticare che le immagini accompagnate dall’hashtag #selfie sono comparse su Flickr già dal 2004, ma è stata l’introduzione degli smartphone, in particolare dell’Iphone 4 con la fotocamera frontale a rendere il tutto virale. Questa è solo una mia sintesi, se vuoi farti un’idea trovi il materiale in inglese qui.  

Yikes!

Viviamo nell’era dell’abbondanza delle informazioni. Questo è diretta conseguenza dell’ennesima rimediazione che la storia ricordi, cioè dell’ennesimo cambiamento di paradigmi socioculturali di riferimento. Sappiamo bene come oggi chiunque possa scrivere un libro, realizzare un giornale o scoprirsi videomaker, con risultati di discutibile qualità. Ma questa è un’altra storia di cui parleremo in seguito. Il punto invece è: gli attuali device ci mettono nella condizione di produrre cultura, ma ciò non equivale automaticamente a padroneggiare quei device. Non si traduce automaticamente nel possedere quella grammatica digitale che ci serve. Allora ci viene incontro la Rete col suo meccanismo di sharing, per cui basta seguire questo o quell’esempio di professionalità per ogni settore, per ricavarne le dritte di cui abbiamo bisogno. E’una sorta di processo trasversale di messa in comune del sapere. Questo succede perché la nostra vita si è spostata completamente nella Rete.

Per dirla alla Platone, la Rete è una sorta di iperuranio del mondo che ci circonda. E gli esempi di un simile passaggio al digitale e al sociale si sprecano. Iniziamo con facebook, che si è configurato come un diario online basato sulla “storicizzazione” delle esperienze degli utenti, senza limiti di lunghezza per i post, limiti che invece incontriamo su twitter,  votato alla velocità ed estemporaneità delle informazioni, che si condensano nei 140 caratteri del microblogging. Non dimentichiamo poi storify, piattaforma che attraverso l’aggregazione di qualsiasi media permette di costruire storie. E’interessante osservare come negli ultimi mesi, anche il racconto di fatti di cronaca sia passato su storify, attraverso la raccolta delle testimonianze di chi aveva assistito ai fatti e voleva condividerli col resto del mondo.

At last but not least, abbiamo instagram, social che ha fatto dell’impatto visivo il suo punto di forza. Sappiamo bene infatti come la nostra Weltanschauung risenta delle suggestioni visive che più ci colpiscono. Alla luce degli esempi finora elencati, si può facilmente capire come agli utenti venga richiesta una più complessa alfabetizzazione rispetto al passato. Qui non si tratta più di saper leggere e scrivere, bensì di filtrare ed orientarsi nel mare delle informazioni, bypassando quel ruolo che prima era appannaggio di pochi addetti ai lavori. Ancora una volta ci viene incontro la Rete, con la sua “social discovery”, che lungi dall’essere una parolaccia, indica la scoperta collaborativa di notizie, magari attraverso la segnalazione di un amico su facebook oppure attraverso l’articolo di questo o di quel blogger.

In buona sostanza la tesi da dimostrare è che se non sei connesso non esisti.Partiamo dalla premessa che oggi si è ormai consolidato il concetto di identità digitale, ossia tecnicamente il complesso delle informazioni riguardanti un individuo e reperibili online. Suddetta identità è determinata direttamente dall’individuo o attraverso terzi su website e social network. Esisterà quindi anche una reputazione digitale, quale naturale conseguenza di ciò che gli altri pensano di noi in positivo o negativo sul web. Mettiamoci l’altra premessa che identità personale e digitale hanno finito col convergere in maniera inscindibile, ed ancora che se facebook fosse un Paese, sarebbe tra i primi al mondo per popolazione. Ecco quindi dimostrato con solo alcuni dei molti esempi possibili, quanto ci eravamo proposti in precedenza.